Quando io presi a frequentare la prima elementare (nel 1939!), scendevo quasi ogni giorno nei pomeriggi di bel tempo nel recinto sabbioso collocato nel centro del cortile del grande palazzo abitato da dipendenti delle Ferrovie dello Stato (a due passi da Piazza Tuscolo, a Roma), e mi mescolavo a una folla urlante e schiamazzante di miei coetanei, sempre più o meno sull’orlo dello scontro. Di quei “ragazzini” nove su dieci erano predestinati a seguire infallibilmente le eroiche orme paterne: salire su di una locomotiva vomitante vapore da tutte le parti e riempirne la caldaia ruggente di palate di carbone pesante sotto lo scrosciare della pioggia o l’imperversare della neve; oppure sollevare a braccia con altri dieci compagni rotaie da una tonnellata e contribuire a costruire una nuova strada ferrata; e così via. Si sapeva in partenza quello che poi sarebbe accaduto: la divisione sociale era già presente in quel cortile sabbioso, ed era pressoché irrimediabile. Una quinta elementare era in casi del genere più che sufficiente (spesso, infatti, ci si fermava prima) e a dieci-undici anni ci si separava per sempre. Questa situazione storica-sociale-culturale è stata presa d’assalto nel corso degli anni ’60-’70 del secolo scorso. Certo, le divisioni sociali basilari non sono venute meno. Ma la scuola si è attrezzata per fronteggiare e attenuare la perdurante fenomenologia della distinzione e della contrapposizione.

E avevano dunque ragione Tullio De Mauro e il suo gruppo a favorire, precisamente al di là delle vecchie e autoritarie forme d’insegnamento, una nuova e comprensiva presenza dell’insegnamento linguistico e culturale. Evidentemente duemila anni di storia non sono bastati per arrivare semplicemente ad annusare le modalità vere del conflitto attuale. Tutto questo – detto molto in sintesi – per tentare di capire e far capire che ciò di cui stiamo parlando è innanzitutto il frutto di una esondazione plurisecolare. Chissà cosa avrebbero pensato e detto Francesco De Sanctis, Benedetto Croce e Giovanni Gentile se avessero saputo che i ragazzi di Morra (non ancora De Sanctis), Pescasseroli e Castelvetrano, loro coetanei, sapevano molto meno di italiano di quelli di Voghera, Busto Arsizio e Pordenone.

Quello che accade oggi è il frutto di una “massificazione” crescente della società, e più in generale della realtà nazionale italiana. Vuol dire che i fattori culturali stabilizzanti, per quanto anch’essi parziali e limitati, lasciatici in eredità dal passato corrono il rischio di essere spazzati via da un’ondata irrefrenabile di cancellazione delle identità comunitarie (classi, culture, vocazioni politiche e ideali), sulla cui tenuta si regge l’identità complessiva di una nazione. L’italiano – la comprensione, l’uso, l’arricchimento dell’italiano – è una delle prime vittime di questo processo. Che bisogno c’è di apprendere, parlare correttamente, arricchire una lingua comune, se intorno tutto è uguale, se le relazioni culturali, politiche e sociali sono ridotte a una compravendita elementare di dati scambievoli, utili sul piano del potere, politico ed economico, puro e semplice? Il problema della conservazione e dell’arricchimento della lingua riguarda l’intera società italiana, ossia la sua sopravvivenza in quanto tale. L’anno prossimo l’istituzione competente dovrebbe sottoporre alle prove Invalsi la nazione intera, non solo la scuola.

Se le cose stanno così, bisognerebbe cambiare mentalità e metodi al livello generale. Per cominciare a riequilibrare l’insieme andrebbe inequivocabilmente posta al centro dell’amministrazione pubblica la scuola, con una scossa culturale e istituzionale di portata epocale. Penso che il ruolo svolto dalla scuola italiana in questi anni, nell’ignoranza e indifferenza generali, sia stato eroico: bisognerebbe galvanizzarlo, a partire da formazione e valorizzazione della classe docente. Negli ultimi trent’anni la scuola italiana ha avuto i ministri e le ministre peggiori che si possano immaginare (compresi quelli e quelle, ahimè, di centrosinistra). Ma la battaglia è ovunque. Come si fa ad apprendere e praticare un buon italiano nella scuola se tutto intorno l’italiano si frammentizza, perde identità e affonda? Il problema decisivo è ovviamente quello della lettura. Il suo crollo, catastrofico in Italia, produce una distorsione pressoché universale. Non sono abbastanza competente per esprimermi in materia, ma penso che per ora, in una fase embrionale e incontrollata, la diffusione della comunicazione informatica e digitale agisca anch’essa in questa direzione.

Una legge recentemente votata dalla Camera sembrerebbe muoversi positivamente nella direzione contraria. Ma ci vorrà ben altro perché la lettura di un libro o di un qualsiasi testo stilisticamente e sintatticamente organizzato in lingua italiana diventi un patrimonio indispensabile e, naturalmente, riconosciuto e gratificante, di ogni cittadino, giovane e adulto, di questa Repubblica. Esiste una connessione indissolubile (e anche questa non da questo momento) fra uso articolato corretto, maturo, della lingua italiana e l’identità italiana complessivamente considerata. Chi rinuncia all’una, rinuncia anche all’altra; e viceversa, ovviamente. Le proposte – o forse sarebbe meglio definirle le pretese – dell’autonomia differenziata vanno radicalmente in contrasto con ambedue le cose. Separare scolasticamente e culturalmente il Lombardo-Veneto dal resto dell’Italia significa risalire indietro nel tempo, al di là dell’origine stessa della nostra identità e unità nazionale.